Industria 4.0
L'industria 4.0
Dagli studi che ho compiuto e dai lavori che ho svolto ho appreso diverse nozioni legate al mondo dell’industria 4.0, del Project Management, del mondo Lean, dell’innovazione, dei sistemi di gestione.
È impossibile non aver mai sentito il termine “Industria 4.0”, tuttavia la sua definizione non è banale ed è tutt’ora dibattuta. Nel corso del tempo si sono susseguite più definizioni ma ognuna delle quali tende a concentrarsi maggiormente su un singolo aspetto, cybersecurity o connettività o stampa 3D o integrazione orizzontale e verticale. Non è stata ad oggi proposta una definizione che tocchi tutti gli argomenti principali di questo nuovo grande cambiamento.
È curioso che in svariate definizioni venga citata e sottolineata l’Intelligenza Artificiale che, seppur fondamentale in ottica 4.0, non fa parte delle nove tecnologie abilitanti.
Definire univocamente l’Industria 4.0 è molto difficile, essa tocca svariati aspetti e temi ed è parte integrante di essa anche una “visione” o “filosofia” di produzione.
È facile dare una definizione basandosi solo sulle tecnologie abilitanti, ma risulta difficile una definizione che inglobi anche gli aspetti ambientali, sociali, di business, di forma mentis. Chi scrive ha proposto - all’interno della tesi di laurea “Il Project Management nell’era 4.0” - la seguente definizione: “L’industria 4.0 è l’insieme di metodologie, nuove tecnologie e forma mentis che permetteranno di qualificare maggiormente il lavoro dell’uomo, di creare nuovi modelli di business, di rendere il sistema-industria automatizzato e più sostenibile sia al livello di utilizzo di risorse sia socialmente anche tramite l’aumento della qualità produttiva e della produttività”.
Il termine Industria 4.0 nasce in Germania all’annuale Fiera di Hannover nel 2011 da un gruppo di lavoro presieduto da Siegfreid (Robert Bosh GmbH) e da Henning Kagermann della (Acatech - Accademia tedesca delle Scienze e dell’Ingegneria). Il punto focale era la necessità di progredire per riportare la Germania ad essere di nuovo al vertice delle potenze industriali mondiali. Ci si rese conto dei diversi problemi che l’industria doveva affrontare (qualità, produttività, flessibilità) ma anche che creava (consumi di risorse, inquinamento), si capì, inoltre, la profonda divisione che esisteva tra mondo accademico e tecnologie già esistenti e il loro impiego nel “mondo reale”. Quest’ultimo fatto metteva in risalto due importanti problemi: in primo luogo esistevano tecnologie potenzialmente utili allo sforzo produttivo che non erano conosciute e in secondo luogo era difficile reperire fondi e finanziare ulteriori ricerche.
Nello stesso momento negli USA prendeva piede il concetto di “Smart Manufacturing”, leggermente differente da quello di Industria 4.0 ma molto affine; i due concetti sono poi confluiti tra loro e diventati sostanzialmente sinonimi.
Riguardo alle politiche di Industria 4.0 si distinguono due differenti modelli, quello europeo e quello statunitense.
Entrambi i modelli puntano alla creazione di sistemi cyber fisici in grado di integrare macchine, oggetti, persone (intese sia come consumatori sia come lavoratori), sia della realtà aziendale sia della catena di valore sia al di fuori dei limiti industriali. Tuttavia nel modello europeo ci si concentra sull’ottimizzazione del settore manifatturiero con una maggiore attenzione all’efficienza produttiva mentre nel modello americano si punta a migliorare i servizi con un’attenzione rivolta al consumatore finale (tramite un uso massiccio tecnologie legate al Cloud e all’IoT).
A livello europeo si è prodotto un programma chiamato “Horizon 2020” fondato su tre pilastri (I pilastro: eccellenza scientifica, II pilastro: leadership industriale, III pilastro: sfide per la società) e sono stati messi a disposizione ingenti fondi (circa 80 miliardi di euro).
Ogni nazione ha poi sviluppato piani ad hoc per il proprio territorio. In genere tutti questi piani hanno come caratteristica comune una fortissima collaborazione impresa-università-governo, tuttavia, permangono forti differenze sul reperimento dei fondi (pubblici o privati) sulle modalità di aiuto alle imprese e in alcuni casi sugli obiettivi da raggiungere.
Ad esempio, il maggior intento della Francia è quello di ammodernare le unità produttive (in molti casi le attrezzature sono obsolete) e cercare di creare nuovi modelli di business. In Italia l’obiettivo è – oltre a promuovere l’uso di nuove e più efficienti tecnologie – cercare di colmare il GAP digitale con gli altri paesi (in particolare legato al potenziamento delle connessioni ad internet) e soprattutto fornire gli strumenti per acquisire nuove competenze.
Le differenze di strategie tra Paesi sono logiche in quanto le necessità e le realtà sono tra loro differenti. In Italia si hanno relativamente poche grosse imprese che possono guidare una “rivoluzione” e sarà centrale l’importanza della creazione di reti di piccole e medie imprese, ovvero per far crescere il tessuto industriale italiano sarà necessario operare una “crescita esterna” delle dimensioni aziendali attraverso i contratti di rete, creando quindi un sistema produttivo collaborativo e integrato nel quale i vari soggetti presenti nella value chain cooperano tra di loro.
Nel piano Industria 4.0 italiano (2017-2020) venivano identificate cinque direttive chiave: investimenti innovativi, competenze, infrastrutture abilitanti, strumenti pubblici di supporto, governance e awareness.
Come si può notare la quarta rivoluzione industriale è un fenomeno complesso che riguarda attrezzature, infrastrutture, aziende, competenze, formazione, lavoratori, consumatori, enti e politiche.
In particolare, l’ultimo punto è molto importante sotto aspetti differenti rispetto a quelli puramente economici e di diffusione dell’industria 4.0, ma l’argomento sarà trattato successivamente.
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